«O padre nostro che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là su tu hai,3
laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
da ogni creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.6
Vegna ver noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.9
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.12
Dà oggi a noi la cotidiana manna,
senza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.15
E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.18
Nostra virtù che di leggier s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona:21
quest’ultima preghiera, signor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».24
Così a sé e noi buona ramogna
quell’ombre orando, andavan sotto il pondo,
simile a quel che talvolta si sogna,27
disparmente angosciate, tutte a tondo,
e lasse, su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.30
Sulla prima cornice i superbi avanzano curvi sotto pesanti massi e recitano il Padre nostro riscritto in terzine. Il pane diventa la «cotidiana manna» (v. 13), il tentatore l’«antico avversaro» (v. 20). L’ultima domanda non serve più alle anime, che non possono peccare: la fanno per i vivi rimasti «dietro a noi» (v. 24). Nella tavola i massi piegano le anime in misura diversa, perché sono «disparmente angosciate» (v. 28). Chi teneva alta la testa ora la porta bassa.
Nel libro: Purgatorio XI, I superbi: Omberto, Oderisi e Provenzan Salvani, p. 316